Michele e il coraggio di denunciare, un esempio per tutto il Casentino e oltre…

di Rossana Farini

“Il motivo per cui ho denunciato è uno solo: chi fa finta di nulla davanti all’orrore, è complice di quello stesso orrore”. Queste sono le parole scarne, ma fortissime di Michele Corsetti, un giovane 23enne di Badia Prataglia che all’età di soli 19 anni, laureando in scienze infermieristiche, ha assistito a delle vere e proprie violenze verbali nei confronti di alcuni ospiti di una Rsa di Narnali vicino a Prato.
La vicenda è stata riportata dai media di tutta Italia e Michele è stato invitato anche a trasmissioni blasonate su canali nazionali. Ormai si sa tutto o quasi di una questione che, una volta tanto, ha scosso le coscienze degli italiani. Quello a cui ha assistito Michele non era tutto, purtroppo, e le prove raccolte in tanti anni hanno portato a condanne importanti e numerose. Il processo è ancora in corso per gli ultimi imputati, gli stessi con i quali Michele ha dovuto passare tanto tempo tra il silenzio, la sofferenza personale, i traumi subiti.
Quello che in questo contesto riportiamo non sarà un racconto dettagliato dell’accaduto, ormai noto a tutti, quanto piuttosto il vissuto interiore di un giovane che ha avuto il coraggio di non voltarsi dall’altra parte nonostante tante cose (la paura di ritorsioni, la paura di aver compromesso un percorso universitario amato e voluto con tutto il cuore, l’angoscia di sentirsi solo…).
Quella di Michele è una bellissima testimonianza perché è intrisa di un’umanità rara e delicata e una capacità espressiva notevole. Michele è ancora un convalescente, se possiamo osare questa metafora. Questo perché, per molti aspetti, quello che ha passato è simile al decorso di una brutta malattia.
“Il mio lavoro è particolare, ha bisogno di una dedizione assoluta, di grande pazienza e amore per l’essere umano sofferente. Se un giorno dovessi accorgermi di non avere più questa passione, lascerei questa professione senza indugi” con queste parole Michele inizia un racconto dolorosissimo. Per capirlo dobbiamo immergersi nel cuore di un giovane di 19 anni, con tanto entusiasmo e molti sogni nel cassetto.
La vicenda risale al 2014. Michele seguiva scienze infermieristiche dopo l’infanzia e l’adolescenza passate nella bella Badia Prataglia. Per il tirocinio il nostro fu inserito nella Rsa vicino a Prato. “Appena entrato vengo affiancato da una tutor. Una prassi consolidata, poiché noi laureandi dobbiamo imparare un lavoro e per farlo abbiamo bisogno di un contatto continuo con i tutor. L’entusiasmo di fare il tirocinio passò velocemente, sostituito da un disagio enorme. Disagio che iniziò presto a seguito di comportamenti strani che la tutor aveva nei miei confronti. Offese pesanti erano all’ordine del giorno e fatte con un linguaggio a dir poco colorito. La cosa era talmente grave e continua che decisi di smettere di studiare. Ho chiamato spesso i miei genitori esternando questa decisione estrema. Sono una persona forte e strutturata, ma quelle parole, ripetute all’infinito, mi fecero crollare. Grazie al sostegno dei miei genitori riuscii ad andare avanti. Ma con più il tempo passava e più mi rendevo perfettamente conto che l’aria che si respirava là dentro era anomala, antitetica a ciò che avevo appreso all’università… atteggiamenti che definisco con un eufemismo bruschi, parole pesantissime. Dalle stanze spesso sentivo anche delle urla, ma al momento non riuscivo proprio a realizzare. Questo ogni giorno fino all’episodio al di là del quale i miei nervi, la mia coscienza, non hanno resistito”, Michele racconta queste cose come se si stesse liberando da un macigno, respira spesso, cercando le parole giuste dentro un animo più leggero, eppure pieno di ferite. L’esperienza in tribunale lo ha profondamente segnato, come vedremo.
Il racconto va avanti, agghiacciante: “Una notte fummo avvertiti dal campanello di una stanza in cui erano ospitate due sorelle, una delle quali faticava a respirare. Da regolamento, come tirocinante, non potevo intervenire da solo. Chiamo la mia tutor che entra nella stanza con una Oss. Cosa accadde mi sconvolse. Invece di manipolarla prendendo i parametri vitali, le due iniziano a ridere in modo sconcertante e insieme a prendere in giro la signora che si sentiva male. ‘Non la chiamo l’ambulanza, tanto muori stasera’. Queste parole mi tolsero la luce dagli occhi, reagii come potevo e fui allontanato malamente. Da qui maturai la decisione definitiva: dovevo agire. L’occasione arrivò presto. Una signora incapace di intendere e di volere non collaborava nell’assunzione dei medicinali. Ci trovammo da lei io, la tutor e la oss. Accesi l’opzione per la registrazione del cellulare. Loro non si fecero attendere: ho raccolto una lunga sequela di offese alla signora, offese a sfondo sessuale. Pesanti, raccapriccianti, disgustose. Su questo non posso dire molto, il processo per loro è ancora in corso”.
Le testimonianze di Michele e di un altro tirocinante e il materiale audio raccolto hanno di fatto accelerato un percorso già in atto che a suo tempo fu innescato da molte segnalazioni.
Ma le sofferenze interiori per Michele non sembrano chiudersi, il processo apre nuove ferite: “Il giorno del processo è stato molto pesante. Oggi so perfettamente che in quel momento il giudice, gli avvocati ecc stavano facendo il loro lavoro; eppure essere messi al muro non è facile, quando sei lì per aver fatto semplicemente il tuo dovere. Dopo quattro anni come mi sento? Mi sento ancora frastornato, strano… non immaginavo che ciò che ho fatto, ossia una cosa semplice e giusta, potesse scatenare un’attenzione mediatica così grande. I giornali, le tv di tutta Italia sono usciti con il mio nome e il mio cognome. Ed io mi sono trovato di nuovo a dover spiegare a tanta gente (molti amici), perché mi ero tenuto tutto dentro”.
Michele, nonostante le innumerevoli chiamate di giornalisti, risponde alle domande in modo pacato, equilibrato, scegliendo accuratamente le parole. La sua conclusione è toccante: “Rifarei tutto nello stesso modo; io sono diverso da loro, amo il mio lavoro, profondamente, e non potevo che agire così”.
Quando ho detto a Michele che lo stimavo molto per il suo coraggio, lui mi ha risposto: “Ho semplicemente fatto ciò che dovevo”.
La risposta mi ha scosso. Mi chiedo quanti di quelli (tantissimi) che si trastullano con la vita degli altri, e intervengono sempre inopportunamente per il solo gusto di portare in piazza le cose altrui e magari la faccia e il vissuto di altri, sarebbero disposti a mettere in pericolo la propria di vita per una questione di giustizia.
Le parole di Michele, la sua storia, mi fanno tornare alla mente una cosa che Gramsci scrisse tanti anni fa e che ho fatto mia, nel profondo, si intitola “Odio gli indifferenti”. In un capoverso Gramsci dice: “Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime”.
Grazie Michele